Alle origini dello Yoga


Alle origini dello Yoga

Attorno al VI secolo a.C. fecero la loro comparsa in India due imponenti poemi epici, il Ramayana ed il Mahabharata. Quest'ultimo contiene la Bhagavad-Gita, il “Canto del Beato” , in cui si trovano i primi chiari riferimenti alle diverse vie dello Yoga. Insieme agli Yoga Sutra di Patanjali, è considerato uno dei testi fondamentali per chiunque voglia addentrarsi nelle discipline yogiche.

Tradotta per la prima volta nel 1775 a Londra, la Bhagavad-Gita non è solamente un poema di filosofia, ma anche un manuale di Yoga che include le istruzioni fondamentali per la vita sociale e spirituale. Costituita da 18 capitoli, è il dialogo del divino Khrisna al suo discepolo Arjuna, parte del clan dei Pandava, che si trova di fronte al dilemma morale di combattere una battaglia verso il clan dei Kaurava, suoi avversari, ma parte della sua stessa famiglia.

Arjuna è paralizzato dalla paura di uccidere i suoi parenti, amici e maestri d’armi nell’esercito nemico. Quindi decide di non combattere, mettendo da parte il suo dovere sociale di guerriero (kshatriya). Il testo si apre infatti con il guerriero che, seduto sul suo carro, osserva dal lontano la scena della battaglia di Kuruksetra in atto e, mosso da compassione, si ferma e si rifiuta di combattere. Ed è proprio a questo punto che comincia il dialogo con Krishna che, accettato di diventare l’auriga di Arjuna, gli spiega sul campo di battaglia i suoi doveri di guerriero con molta eloquenza, fornendo ad Arjuna tutti gli insegnamenti di vita, racchiusi nei versi della Gita e rappresentati dal cammino dello Yoga.

La conversazione si muove attorno ad alcune delle più grandi domande che un uomo possa porsi: chi sono? Cos’è l’Universo e come funziona? Come posso essere felice? Da dove provengo? Qual è lo scopo della mia vita? Dove sto andando? Quali sono le vere guide e come posso riconoscerle?

Nel corso del dialogo Krishna si rivela come avatar o incarnazione di Vishnu, e con pazienza e determinazione conduce Arjuna ad una rivelazione completamente inaspettata, consegnandoli i segreti della vita. Krishna insegna ad Arjuna la via dello oga in tutte le sue sfaccettature: il Jnana Yoga, ovvero la meditazione, il Bhakti Yoga, la via della devozione, il Karma Yoga, cioè lo Yoga dell’azione.

  • Nel Jnana Yoga, che è lo yoga della conoscenza, ci si dedica solamente alla realtà infinita, arrivando a fondersi con il divino tramite lo studio degli scritti sacri, la speculazione filosofica e la meditazione.

  • Nel Bhakti yoga, la via della Devozione, la massima realizzazione viene con la dedizione al Sé supremo attraverso l’amore incondizionato e la preghiera, invocandolo e mantenendo un comportamento integerrimo dal punto di vista etico e religioso.

  • Nel Karma Yoga, la via dell’Azione incondizionata, è previsto che si compiano tutte le azioni possibili a titolo "gratuito", senza sperare di ottenerne un vantaggio personale e coltivando il non attaccamento nei riguardi dei frutti delle azioni stesse.

Lo tre vie dello Yoga spiegate da Krishna rappresentano uno stile di vita, un atteggiamento mentale e non una attività a cui dedicare uno spazio e un tempo ben definiti al di fuori della quotidianità. Tutte le forme di Yoga, ugualmente valide, sono accomunate da un unico principio di fondo, ovvero riuscire a controllare la mente. Krishna definisce lo Yoga come “samatvam yoga ucyate”: la mente in continuo equilibrio nella calma interiore è detta Yoga.

Krishna guida Arjuna, attraverso la discriminazione e il distacco, i due cardini dello yoga, a trovare l’Assoluto, lo Spirito, Dio nel proprio cuore. Lo spinge a non abbandonarsi alla Non-azione, la quale potrebbe sembrare la scelta migliore, ma invece rappresenterebbe una Non-crescita personale, una mancata volontà di agire nello svolgersi della vita e delle sue difficoltà. Krishna dice ad Arjuna: “Metti il tuo cuore nell’azione, non nella ricompensa che ne deriva. Agisci senza preoccuparti della ricompensa e non smettere mai di agire” (II – 47). Raggiunto questo centro, continuiamo ad essere nella vita, ad agire, a lottare ogni giorno, ma più forti, più liberi dai condizionamenti del nostro ego, sempre teso a un risultato, a una ricompensa da cui attingere conferme.

La Bhagavad Gita appartiene al patrimonio spirituale dell’umanità, è rivolto a tutti a prescindere dalla corrente religiosa, come del resto lo Yoga che sorge dall’induismo ma viene praticato da persone di qualsiasi credo. Più che un astratto trattato di filosofia, la Gita si può considerare un pratico manuale di vita, nel quale si affrontano tematiche spirituali di valenza universale. Il suo insegnamento non è teorico, bensì pratico, rivolto alla vita reale, e ognuno vi trova il significato che più gli corrisponde nei diversi momenti della sua vita. A prescindere dalla concezione di vita di chi la legge, essa ha sempre e comunque qualcosa di molto interessante da comunicare. Questo spiega la notevole diffusione del poema sacro, anche in Occidente.


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